Apri le tue gabbie

Illustrazioni di Marina Fiorenzano

Andava ad incastrarsi in ogni spigolo di quel labirinto di cemento, il vento. Strillava dimenando imposte chiuse male, agitando vorticosamente lenzuola appaiate e qualche carta dimenticata a terra.
Era una di quelle sere estremamente silenziose, e la giornata era stata solo una di quelle, di quel tipo che si trovano formalmente in mezzo tra quelle venute prima e quelle che sarebbero arrivate.

In apparenza è così che percepiamo alcuni dei nostri giorni – li percepiamo come privi di eventi e ci trasciniamo fino alla sera confidando in un domani che il più delle volte è ogni giorno sempre un domani. Ma non è colpa nostra ma delle gabbie in cui siamo rinchiusi.
In realtà è che non facciamo caso alle cose intorno finché non “scegliamo” di guardare. Puoi credere di conoscere una cosa perfettamente solo perché ti fa comodo pensarlo, poi una volta qualsiasi scopri che la montagna che hai davanti, che hai guardato ogni giorno con sufficienza, in realtà non l’hai mai guardata veramente.

Non era la prima volta che stavo percorrendo quelle scale, anzi. Ma quella sera io ero diverso, ovvero io ero pronto a raccogliere.
Le scale del rione erano sempre le stesse ogni volta…

Sei erano le porte che si davano il cambio lungo quei ventisette gradini leggeri.
Io le avevo incrociate molte volte quelle porte di acciaio verniciate male come con un pennello troppo asciutto. Sapevo che erano sistemazioni semplici di famiglie però molto felici e solidali tra loro, la mia zona ne era piena. Avevano capito che da soli non ce l’avrebbero mai fatta, in un paese che fondamentalmente non gli apparteneva veramente, e perciò formavano solidi ed efficaci sistemi di aggregazione.
Ogni tanto trovavo qualcuno che si intratteneva fuori alla porta a discutere di chissà cosa in chissà quale lingua mentre l’odore pungente di spezie si levava nell’aria bruciandomi gli occhi e togliendomi l’appetito.
D’estate gli inquilini più piccoli si divertivano a giocare scivolando su una tavola di legno lungo le scale, o lanciandosi una palla da cricket da lato a lato, immaginando ben altri spazi verdi che in città erano o troppo lontani o troppo pericolosi. D’inverno invece quasi scomparivano: la sera il volume delle televisioni scandivano sigle di cartoni animati, o addirittura vi era silenzio, dopotutto il giorno dopo bisognava andare a scuola. Le scarpe erano sempre fuori la porta teneramente disordinate.

Le conoscevo bene quelle scale, o almeno lo credevo.
Superai le prime quattro porte e mi tirai su il cappuccio per ripararmi dal vento che non smetteva di strillarmi addosso. Alla quinta, nascosta alla buona da un telo sbrindellato, vi era la mia gabbia.
La mia gabbia, il mio fallimento.
Era appesa alla parete vicino la porta verde verniciata male: una normale gabbietta per piccoli uccelli col fondo giallo. E pareva gonfiarsi e sgonfiarsi a causa del vento che rimaneva intrappolato all’interno di quel telo malconcio. Mi fermai ad osservarla, aspettando che il vento ne rivelasse il contenuto scoperchiandola.

All’angolo della gabbietta un pappagallino celeste piegato su se stesso cercava inutilmente di ripararsi dal vento.
Rimasi per un istante a guardarlo, immaginando che quella era stata la sua condizione anche nei giorni precedenti, quando aveva piovuto molto e il freddo era stato più intenso di quella notte.
Povero me dentro quella gabbia. Avevo freddo e fame e volevo volare via ma quella gabbia me lo stava impedendo. Sarei volato via lontano, verso chissà dove, ma non mi importava purché fosse lì fuori, fuori da quella prigione che non era casa mia, né di chiunque altro. Avrei raggiunto i miei simili e con loro sarei rimasto fino alla fine dei miei giorni.
Dovevo fare qualcosa: liberarlo, o prenderlo, o assicurarmi che sarebbe stato bene, o riparare almeno la sua gabbietta fissando per bene quel telo traballante.
Avvicinai il naso alla gabbia. I suoi occhietti si aprirono di scatto e balzò in avanti, cercando invano di scappare via con colpi d’ali rapidi, battendo contro le pareti arrugginite di quella prigione. Indietreggiai. Non volevo spaventarlo, e neppure attirare l’attenzione di qualcuno.

Me ne tornai a casa sconsolato salendo le mie scale, ma determinato a tornare il giorno dopo da lui. Avrei bussato a quella porta e avrei chiesto a chicchessia di darlo a me se non potevano tenerlo dentro casa, perché io gli avrei dato una vita migliore. Lo avrei portato a casa mia per qualche tempo o per sempre.
Pensai che se non avesse accettato, poiché magari quel pappagallino apparteneva al capriccio dei suoi figli, l’avrei comprato a una cifra ragionevole.
Pensai infine alla possibilità che non avrebbe né voluto cedermelo né vendermelo. In quel caso ci sarei andato qualche notte dopo e senza far rumore l’avrei preso di nascosto sparendo nella notte, inghiottito dal buio.
Avevo deciso: sarei uscito da quella gabbia.

Passai una notte inquieta svegliandomi più volte. Avevo avuto freddo e sentito il vento gonfiare il telo attorno alla mia gabbia. Mi ero sentito solo e abbandonato in quella notte di fine inverno. Avevo immaginato il domani e la fine dei miei giorni tristi terminare di lì a poche ore. Avevo immaginato una nuova casa che mi avrebbe riparato dal vento e dalla pioggia e tanti amici che mi avrebbero capito.

Il giorno era arrivato ed era arrivata l’ora di andare a liberarmi da quella gabbia appesa vicino alla porta numero cinque.
Mi avvicinai al telo che celava la gabbia, scostandolo un po’ con le dita per guardare all’interno.
Era vuota.
“Hey signore!” Gridai iniziando a fare casino, battendo i palmi contro la ringhiera arrugginita.
“Scusi c’è qualcuno?” Continuai ancora, dovevo saperlo a tutti i costi.
Sentii un mazzo di chiavi trafficare dietro la porta, che poi si aprì.
Ne uscì una signora bassa sorridente con il tilaka, e con gentilezza autentica mi chiese in un italiano incerto che cosa volessi.
“Il pappagallino… Dove sta? Ieri sera era lì. C’era molto vento e… È morto?” Risposi.
Mi guardava cercando di capire, ma non capiva. Cercò di trovare le parole per scusarsi, poi si girò verso la porta e chiamò ad alta voce un nome. Uscì il marito, o credo che lo fosse.
“Ciao. Il pappagallino?” Chiesi indicando con l’indice la gabbietta vuota. “Dove sta?”
Mi guardava incuriosito, poi afferrò.
“Ah il pappagallino! Non c’è più, è scappato via, stamattina non lo abbiamo più trovato”.

Il mio cuore barcollò, poi sdrammatizzai. Dovevo liberarmene, per il momento.
“Ah ho capito… Che peccato! Altrimenti lo avrei preso io. Ieri c’era tanto vento e lui non aveva un riparo…” Mi fermai di colpo, non aggiunsi altro. Il tipo mi stava sorridendo troppo mentre parlavo, capii che non avrebbe avuto senso continuare.
Il pappagallino non c’era più e io non avrei potuto salvarlo né sapere come e dove stava. Così erano le cose, punto e basta.
“Vabbè” Conclusi-dovevo.
“Speriamo che ora è al sicuro, e che da oggi in poi avrà una nuova vita, migliore di quella che ha avuto fino ad ora…” Conclusi ancora.
Il tipo continuava a sorridermi gentilmente e senza aggiungere nient’altro me ne andai, pensando che così è la vita, che a volte è così che deve andare e che certe persone riescono a mantenere il sorriso per davvero molto tempo.

Le gabbie, le nostre gabbie, devono essere aperte al momento giusto, non possiamo aspettare troppo o sarà ormai tardi. Facciamolo, ma facciamolo subito, apriamole.
Apri le tue gabbie prima che il tempo avrà deciso al posto tuo. Apri le tue gabbie ora o resteranno chiuse per sempre.

In quanto a quel pappagallino, mi piace immaginarlo in una gabbia molto grande insieme ai suoi simili – in una gabbia, poiché suo malgrado non conosce altro spazio al di fuori di quella, ma al sicuro.
O in volo verso la sua terra d’origine a voler essere più romantici.

O in qualunque altro modo, va bene lo stesso. Purché non sia in quella gabbia piccola coperta male, vicino alla porta numero cinque, quella verniciata di verde come con un pennello troppo asciutto.


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